Dillo in Inglese che fa più effetto!

Dillo in Inglese che fa più effetto!

di Luca Scarabelli (2minuti di svago per lavoro)

IL FATTO

Nel sito italiano di una grande società di consulenza, leggo un articolo scritto da un loro partner Italiano: in ogni periodo, parole e locuzioni in Inglese, lingua che parlo, leggo e scrivo da anni, per sopravvivenza più che per piacere. Mi è facile comprenderla, ma trovo ridicolo usarla quando è superflua.

Qual è l’obiettivo di questo sfoggio di terminologie che rendono la lettura in Italiano poco fluida, e poi perché prendere a prestito termini da un lingua meno ricca (600K vs 800K parole) e storica (il Latino) della nostra?

Ho trovato una sola ragione plausibile: fa più figo! Vorrei essere smentito ma temo non accadrà.

 

LA SITUAZIONE ATTUALE

L’inglese è l’Esperanto corrente: per la colonizzazione economica USA è oggi una lingua diffusa; per questioni demografiche è solo la 2° più parlata al mondo (il Mandarino, la 1°, lo Spagnolo la 3°). Certo è una lingua utile e sempre più parlata dai giovani.

Nelle scienze d’impresa, poi, è importante: i maggiori centri di sviluppo delle scienze manageriali sono negli USA, anche se è buffo pensare che la parola “manager” viene dal latino (manu agere: condurre per mano).

 

IL PUNTO CENTRALE

Non voglio parlare di origini linguistiche, a me interessa la comunicazione efficace. Un articolo, una marca, un discorso, hanno un solo obiettivo: comunicare qualcosa a qualcuno. Quindi meglio farlo in modo efficace.

Se parlo con un italiano come me, ho a disposizione frasi e abbreviazioni che hanno un senso per la nostra cultura. Se invece parlo con persona di altra lingua e cultura, uso il suo idioma ma farò la traduzione dei miei pensieri frutto della mia cultura Italiana.

Questo sia per riassumere concetti scientifici nati in USA, ma traducibili in Italiano, sia per vendere una marca/prodotto. Anzi, in questo secondo caso, scimmiottare una lingua straniera espone noi Italiani a rischi.

 

UN VANTAGGIO PERSO

Il Made in Italy è la marca territoriale più venduta al mondo: i clienti la comprano (comprano i nostri prodotti) perché vogliono un pò di Italia anche in lingua originale che, per non dimenticarlo, è la 4° più studiata al mondo anche se solo la 21° più parlata.

Certo è raccomandabile che i testi, che accompagnano prodotti destinati a mercati stranieri, siano almeno in lingua Inglese, se non proprio in lingua locale.

Ma la marca è meglio che racconti quanta più Italia possibile.

Capita invece di vedere marche Italiane con altisonanti nomi in Inglese; se chiedete l’idea che sta alla spalle di questa scelta: “è più credibile” oppure “debbo allinearmi alla concorrenza“. Peccato che quella concorrenza non ha una cosa importante che abbiamo noi: l’essere Italiana.

 

PARLA COME MANGI

Forse anche quel consulente Italiano avrà pensato: “se sparo paroloni in Inglese, sono più credibile“, e come lui altri colleghi. Così, qui in Italia, ci districhiamo tra le varie Italianissime “consulting” e “consultant” nonché tra articoli, relazioni e presentazioni, destinati ad imprenditori Italiani, farciti di parole Inglesi.

Il risultato rischia di essere una comunicazione non coerente: questi professionisti, così come il nostro Studio del resto, vogliono vendere le loro competenze in Italia ad imprenditori Italiani, il 90% dei quali sono uomini di prodotto che cercano un tipo consulenza in grado di soddisfare le loro aspettative.

I clienti dei mercati esteri si aspettano un Made in Italy che sia Italiano; come gli imprenditori Italiani, noi lo vediamo ogni giorno, si aspettano di acquistare consigli in linea con la loro cultura d’impresa Italiana.

Qualche anno fa, quando ero un giovane manager rampante e un pò gasato, un cliente Italiano più grande di età di fronte al mio eloquio anglofilo, mi disse: “parla come mangi“.

Mi parve un buon suggerimento.